domenica 5 aprile 2015






                             Il cinema povero a Martano





Il seminario sul cinema, dal titolo “Gioie e dolori del cinema povero”, si è svolto a Martano nella sala Conferenze (piazza Caduti) in quattro incontri dal 19 al 27 febbraio.
I temi trattati: la regia – la recitazione – la ripresa  – la postproduzione

domenica 11 gennaio 2015


Maurizio Mazzotta ALLO SPECCHIO Il pene male - detto e altri pezzi corti
Stampa su domanda presso YOUCANPRINT – 2014

Come  e.book da GOODmood – 2014 a questo link
http://www.goodmood.it/allo-specchio.html

Che cosa fa perdere la fiducia in noi stessi?
Che significa essere assertivi?
Perché accade che a volte il pensiero si blocca e perché invece altre volte sembra proprio che se ne vada per conto suo?
È proprio vero  che alcune persone hanno difficoltà a emozionarsi?

Le emozioni, la fiducia in se stessi, l’autonomia di pensiero, il pensiero che supera i limiti. Questi i temi, insieme a ciò che riguarda gli Altri: l’aspettativa, l’empatia, i pregiudizi, gli errori di valutazione, i ruoli che assumiamo in gruppo, ciò che emerge quando stiamo insieme a chi ci piace e a chi non ci piace.

È la voglia di guardarsi allo specchio non per compiacerci come Narciso, ma per conoscerci osservandoci; per ipotizzare motivi alla base dei comportamenti e delle modalità con cui ci poniamo in relazione con gli altri, con noi stessi, con gli oggetti; per comprendere il senso di alcuni modi di dire, di gesti e mimiche che esprimiamo, di posture che assumiamo, di cose che facciamo.


sabato 17 novembre 2012

BIBLIOFILMOGRAFIA AGGIORNATA




LIBRI - FILM

narrativa romanzi e racconti

Terra del Salento - racconti, Delfino, Taranto
- "Racconti aritmetici" in AA VV Aritmetica razionale, Lucarini, Roma
- "Favole matematiche" in AA VV Progetto Nuovi Programmi, I.D.E., Teramo
La lettura intelligente - racconti,  vol. 1,2,3,5,6, Giunti-Lisciani, Teramo
Nella magia delle Torri -  romanzo, Edizioni del grifo, Lecce
Gli uomini delle vigne - romanzo, L’officina delle parole, Lecce
TANGASS Tango con l'assassino - romanzo, e.book in GOODmood
ALLO SPECCHIO Il pene male-detto e altri pezzi corti - articoli e racconti,  e.book in GOODmood

film lunghi e corti

- Sceneggiatura Testa giù gambe in aria lungometraggio pellicola, 1972
con Corrado Pani e Marina Malfatti. Regia Ugo Novello – Produzione Coop Welcome film. Inserito a maggio 2008 al cinema Trevi nella rassegna gestita dalla Cineteca Nazionale di Roma “Terrorismo, contestazione e cinema indipendente”.
Gli uomini delle vigne videofiction 90’, nel 2003 selezionato AlternativeFilmFestival (Picciano).
Bella signora 18’, nel 2004 selezionato ai Festival: Cinema Europeo (Lecce), Cortovisione
( S. Cesario), Cinemalbar (Lecce), Acayafilmfestival (Acaya).
Giacomo o dell’inquietudine 20’, nel 2005 selezionato ai Festival: Cortovisione ( S. Cesario),
La 25 ora ( Rete La 7 ). Nel 2006 finalista a Inventa un film (Lenola). Nel 2007 selezionato a Cinema di Frontiera (Marzameni).
Se fosse un caso 15’, nel 2006 selezionato per la Rassegna di Bussana Vecchia e a Cinema di Frontiera (Marzameni). Nel 2007 selezionato ai Festival: 90 minuti (Fonte Nuova), Nuartfest (Lecce).
Perdizione 12’, nel 2006 premio migliore idea comica Arzanohumorciak (Arzano) e finalista a La 25 ora. Nel 2007 finalista a La Cittadella del corto (Trevignano). Selezionato a 90 minuti (Fonte Nuova), Nuartfest (Lecce), Corti e Liberi (Inveruno). Premio del pubblico migliore autore al Festival del Cinema Invisibile. Finalista a il Corto.it (Roma). Nel 2008 premio Corea miglior film nella sezione Danza e musica SalentoFilmFestival ( S.Vito dei Normanni ). Nel 2009 per Perdizione è stato offerto all’autore uno spazio su IMDb ( International Movie Database ) e nel 2011 il film è stato inserito fuori concorso al Berlinale.
Cuore di mamma 18’, nel 2008 selezionato a Nuartfest (Lecce), finalista a Inventa un film (Lenola).Terzo classificato all'EcologicoInternationalFilmFestival. Nel 2009 per Cuore di mamma è stato offerto all’autore uno spazio su IMDb. 
El tango es sueno ( 6’), nel 2009 Miglior Film al Corto Magliese
Il cuore nei piedi - Riflessioni sul tango (20') nel 2009, docufiction. Coregia Marirò Savoia.
Amen (27') nel 2010.
Il viaggio del rimorso (22') nel 2011.

Tutti i corti sono in YOUTUBE http://www.youtube.com/user/mauriziomazzotta
e nel sito www.mauriziomazzotta.it









martedì 27 dicembre 2011

Le sinossi dei cortometraggi (click per vederli)

Bella signora 18'
Il corto è un breve spaccato di vita di una donna di mezza età che prende coscienza di aver superato una soglia e di appartenere alla categoria delle donne che passano inosservate agli occhi degli altri.

Giacomo dell'inquietudine 20'
Il pensionamento “forzato” a causa degli eventi della vita può generare disadattamento e inquietudine.
Riuscire a dare un nuovo senso ai suoi giorni è ciò che preoccupa Giacomo e lo spinge a fare nuove, ma deludenti esperienze. Scoprirà comunque qualcosa di autentico che gli mancava.

Se fosse un caso 15'
Ciò che vorremmo essere e ciò che siamo. L’ipotesi è che il nostro modo di essere dipenda dal caso.
Il film è una metafora: la relazione tra una donna molto anziana, che rappresenta il controllo di sé, e un giovane inesperto, che si affaccia al mondo.

Perdizione 11'
Chi ha una mania la porta sempre con sé e riconosce chi la condivide.
A volte l’incontro tra queste due persone porta alla… perdizione

Cuore di mamma 21'
E’ un racconto surreale, una metafora che appunta l’attenzione sulla ”fierezza” della diversità, che a volte è veramente terrificante.

El tango es sueno 6'
Un uomo e una milonga, dunque un tanguero. Ma un tanguero ossessionato: il tango lo perseguita nel sonno con incubi di ballerine che lo rifiutano. C’è un motivo. Qualcosa gli manca. E quando scopre cosa gli manca, trova una strana soluzione.

ll cuore nei piedi 35’
riflessioni sul tango di Maurizio Mazzotta e Marirò Savoia
Le riflessioni degli autori partono dal considerare i risultati di un’indagine semiseria sul “perché piace il tango” condotta con e tra gli amici tangueri.
Intanto ci si interroga pure sui differenti modi di ballare, sul perché delle coppie fisse, sul tango quando diventa un’ossessione.

Amen 25'
Che i giovani abbiano ideali e che cerchino di realizzarli a costo di sacrifici è meraviglioso. A volte però il sacrificio più duro è sopportato dai loro genitori.

Il viaggio del rimorso
Ispirato alla poesia "Il corvo" di E.A. Poe
Traduzione e adattamento di M. Mazzotta

Una stanza senza contorni, una poltrona viola, una tenda rossa; gli oggetti emergono dal buio illuminato a lampi dalla legna che arde nel caminetto; un vecchio seduto a una scrivania con una lampada accesa su un volume antico.
La voce del vecchio fuori campo racconta di un’apparizione: un corvo, e di come questa presenza inquietante gli abbia riportato una memoria tragica, la scomparsa della donna che ha amato intensamente. La donna che gli chiedeva nella sofferenza atroce del male di aiutarla a morire e di lui che non è stato in grado di aiutarla. E per questo anche per lui si prepara la fine nella sofferenza.

martedì 29 novembre 2011

Fare cinema: Sulla recitazione

Aver a che fare con interpreti che non sono attori è stimolante. Accade nel cinema povero.
Nell’altro cinema invece accade che il regista spiega, illustra all’attore professionista ciò che vuole che si esprima con una determinata battuta, o con la mimica; chiede e l’attore esegue, spesso interpretando a modo suo la richiesta, e il risultato funziona. Altrimenti si ripete. E un attore è in grado di modificare la sua performance. Regista-attore, un’interazione creativa. Come gli altri artisti del set, fotografo, scenografo, costumista.
Ma a una persona che si trova la prima volta davanti alla macchina da ripresa o alla telecamera, che non ha mai interpretato un ruolo a teatro, insomma che si trova nelle condizioni di dover esprimere emozioni e sentimenti che non sono suoi, che non prova realmente, cosa può dire il regista del cinema povero? Non gli può chiedere nulla. E allora?
Visconti era un mago o sapeva come fare? Proprio con La terra trema ( 1948 ), ispirato ai Malavoglia, dove dei veri pescatori diventano interpreti di un dramma sociale, Visconti si è imposto nel panorama del Neorealismo italiano. Il film, che doveva essere il primo di una trilogia siciliana, narra la storia di una famiglia di pescatori che non accetta che altri controllino il mercato del pesce. Il grande regista affida a interpreti non professionisti le espressioni di personaggi all’interno di un tema che tratta di ribellione, gente che lavora contro gente che non lavora e pure detta legge e si impone.
Un capolavoro, ma non un caso unico. Molti altri registi hanno provato e ci sono riusciti. Ora poi col cinema povero diventa una necessità. Ma nel cinema povero non sempre riesce, anzi di rado i registi “ tirano fuori “ l’interprete da una persona che non ha alcuna esperienza di recitazione. E’ forse il più grave limite di questo cinema. La carenza che si nota di più nei festival.
Quale la via da seguire, pure se rimane irta di difficoltà?
Ci vuole una premessa, che il regista del cinema povero sia “sensibile” alla recitazione. Se il regista elegge come interlocutori soltanto il direttore della fotografia e l’operatore, il suo corto avrà cattivi attori. Essere “sensibili” alla recitazione vuol dire avere le conoscenze per individuare il buon risultato nella interpretazione, sapere cosa significa essere un interprete che esprime in modo convincente il personaggio, che ne comunica gli stati emotivi; vuol dire anche avere il gusto della interpretazione, del mettersi nei panni di un altro. Un tale regista si preoccupa sin dall’inizio che nella sceneggiatura si utilizzi il dialogo con parsimonia, solo frasi essenziali, e che si faccia più affidamento alla recitazione “muta”, quella appunto che può essere controllata dal regista, come dirò tra breve, spiegandola.
Se esistono tali premesse il regista del cinema povero, che dirige appunto attori che non hanno mai interpretato o che hanno difficoltà, deve “studiarsi” queste persone, proprio come persone, nel senso che deve apprendere quali possibilità offrono le loro espressioni facciali, le posture, i gesti. Per prendere a loro insaputa ciò di cui ha bisogno. Questa si può definire recitazione muta e inconsapevole.
Nel cinema povero è veramente un continuo problem solving far recitare un non attore. Si può a ragione dire che il risultato è merito del regista e del fotografo. Poco tempo fa, al termine di un’anteprima di un mio corto, alcune persone, che avevano applaudito, commentavano che l’interprete era stato “veramente bravo, aveva reso bene il personaggio”. Il direttore della fotografia, che conosceva come me i segreti del film, ed io ci siamo guardati perché di quei complimenti potevamo a buon diritto impadronirci noi due. Non volevamo svelare il nostro segreto.
Con gli sguardi ci scambiavamo il merito e la soddisfazione.
Non voglio togliere nulla alla persona che ha accettato con entusiasmo l’esperienza di interpretare un ruolo in un film e che ha mostrato la propensione a lasciarsi guidare, caratteristica imprescindibile che deve avere il non attore, intanto qui accenno a un momento del set per fare un esempio concreto e spiegare la recitazione muta e inconsapevole.
A un certo punto della storia narrata il ”mio” attore doveva esprimere sconcerto. Lo sconcerto è difficile già per un attore, figurarsi per una persona che non ha mai provato a “recitare”. Invito voi che state leggendo a pensare a un evento inaspettato, che colpisca per esempio la vostra autostima,
mettetevi davanti allo specchio e cercate di esprimere ciò che dovreste provate. Sarete poco convincenti. Così il fotografo e io avevamo questo problema.
Dopo vari tentativi ho pensato che se l’interprete fosse stato “ripreso in primo piano”, avrebbe mostrato inequivocabilmente che la sua espressione non era consona con ciò che avrebbe dovuto provare, e quindi non avrebbe comunicato agli spettatori lo sconcerto del personaggio. Così ho proposto una soluzione drastica: riprendere un primo piano, ma di profilo. Immaginate la guancia del personaggio che sta vedendo insieme allo spettatore l’evento che lo sconcerta. In questo modo
lo spettatore non vede la sua espressione, ma la immagina. E il direttore della fotografia subito dal canto suo ha pensato di creare un’ombra che incupisse. Il risultato era accettabile. Meglio ancora se dopo qualche secondo il personaggio gira un po’ la testa, rivela interamente il profilo e lentamente si allontana. La sua scarsa reazione espressiva può essere scambiata per “un restare perplesso “ di fronte all’evento. Il risultato è migliorato. E’ stato così che insieme al fotografo ho costruito lo sconcerto del protagonista.
Visconti non era un mago. Sapeva come fare. Non credo alla magia, piuttosto alla competenza e alla sensibilità artistica.

martedì 7 settembre 2010

FARE CINEMA
di Maurizio Mazzotta


Romanzi e film

Abbiamo già detto che per fare un film, che sia riconosciuto come tale da un pubblico e da chi se ne intende, è necessario un cervello che pensi e che sappia usare penna, telecamera, software. Idee e scrittura del film, uso della telecamera e gestione del set cinematografico, uso di un software per il montaggio. I tre momenti creativi nella produzione di un film. Due in più rispetto per esempio, alla realizzazione di un romanzo, se consideriamo la complessità del set e poi la fase del montaggio, che è come riscrivere il film, questa volta direttamente con le immagini.
Confrontiamo il processo creativo del romanzo con quello del film. Romanzo e film sono simili: raccontano storie. Simili per via degli aspetti cognitivi legati alla narratività. Simile è il primo momento creativo, quello dell’idea e dello sviluppo dell’idea in storia da narrare. Non è un caso che produttori e registi, sensibili alle suggestioni di romanzi e racconti, si rivolgano agli scrittori. E il soggetto di un film non è altro che un racconto scritto già pensando che qualcuno ne farà un film. Quindi esplosione delle idee in eventi che le concretizzino e definizione di una struttura per mantenere una coerenza interna dei fatti e delle idee, per suggerire un ritmo nei tempi di svolgimento delle vicende. E il ritmo è in funzione di ciò che si vuole provocare nel lettore o nello spettatore: attese, emozioni, riflessioni. Romanzo e film: lo scrittore narra con le parole; lo sceneggiatore, anche se usa parole, descrive immagini. A volte di uno scrittore si dice che la sua scrittura è filmica, si intende dire che è visiva. La sceneggiatura è il film scritto sulla carta e lo sceneggiatore è il ponte tra i due linguaggi. Se ha il compito di sceneggiare un romanzo di un altro autore interpreta il linguaggio letterario e lo traduce in linguaggio filmico, sia pure in uno pseudo linguaggio filmico in quanto non sono vere immagini, ma immagini descritte con parole, e per fare questo deve avere competenze nell’uno e nell’altro linguaggio. Faccio un esempio: di fronte a un racconto introspettivo che esprime emozioni e riflessioni dei personaggi lo sceneggiatore affronta un problema non facile, quello di tradurre in immagini queste emozioni e riflessioni espresse verbalmente.
Nella sceneggiatura c’è poi un aspetto squisitamente letterario rappresentato dalla drammatizzazione verbale, cioè i dialoghi. Al di là delle differenze che soprattutto oggi possono sussistere tra i dialoghi di un romanzo e quelli di un film, gli uni e gli altri sono sempre e comunque linguaggio letterario.
E’ terminato questo primo momento creativo, il risultato però è a vantaggio dello scrittore, perché il romanzo con la stesura definitiva è compiuto, mentre la sceneggiatura con la stesura definitiva rimane un progetto, una ipotesi di film, per quanto possa essere precisata non è mai il film. Il film ha bisogno di altri due momenti creativi.

La sceneggiatura

Il film può essere scritto a vari livelli di precisazione. E si può partire da un’idea abbozzata in poche righe o da un racconto letterario. Si può scrivere una semplice scaletta o una sceneggiatura precisata in ogni parte. E si può arrivare a disegnare la singola inquadratura, come una vignetta, modalità preferita spesso da Fellini.
Naturalmente condiziona se il film è un corto ( misura variabile dai 10 ai 20 minuti ) o un medio-lungometraggio ( dai 20 ai 90 minuti e oltre ). Per un cortissimo ( cinque minuti ) l’idea, pure solo abbozzata, è in genere sviluppata e tradotta direttamente in una scaletta, cioè una sequenza di azioni descritte ( chi sono e cosa fanno i personaggi e dove agiscono ) con un dialogo accennato. Ma se si considera un corto che abbia uno sviluppo di eventi o a maggior ragione un lungometraggio e se si parte da un soggetto scritto da altri, allora bisogna sedersi a tavolino e pensarlo per immagini e a questo punto più il film scritto è definito meno problemi si affronteranno in seguito sul set e in fase di montaggio. Ciò non significa che in queste fasi non si possa intervenire con modifiche. La sceneggiatura serve per avere tutto chiaro il film nella testa, poi in ogni momento se sorgono idee si può cambiare. Dunque sceneggiatura precisata ma flessibile.
La sceneggiatura parte da un’analisi approfondita della storia e dei personaggi e questi ultimi sono costruiti rivelando tutto ciò che può essere utile: dai gesti ai modi di dire ai difetti ai modi di muoversi, di acconciarsi, di vestire. In questo senso lo sceneggiatore dà suggerimenti ai truccatori e ai costumisti che in seguito saranno coinvolti. Così pure gli ambienti sono descritti per facilitare il compito dello scenografo. Ci sono sceneggiatori che suggeriscono a chi dirigerà il set i tempi di durata delle inquadrature. Se non sempre almeno quando una inquadratura è significativa. Comunque è necessario stabilire il tempo delle scene per un’ipotesi di durata totale del film.
Ecco un esempio di descrizione di ambienti e personaggi.
Il tribunale della Sacra Rota ( dal sito www.essereuomo.it )
Vicariato. Tarda mattina di primavera. Personaggi principali: Giò il Rosso, il Monaco Dottore, il monaco segretario.
Per le Inquadrature alternare Campi Lunghi ( CL ) e Totali ( CT ) con Figure Intere ( FI), Primi Piani (PP) e Dettagli ( DET). Evitare i Campi e i Piani Medi ( PM,CM).
Per il sonoro solo dialoghi e rumori d’ambiente.
Scena I. - Interno-esterno. Durata 1 minuto.
Corridoi che si affacciano in un chiostro. Netto contrasto di luci e ombre. Distorsione percettiva delle profondità e delle altezze. I corridoi sono larghissimi e si restringono a cuneo allo stesso modo delle autostrade quando si procede ad altissima velocità. Questa percezione con¬trasta con il procedere al rallentatore dei personaggi.
Giò, il Rosso, indossa un paio di jeans estivi celesti, mocassini di cuoio chiaro, giacca avana di cotone, camicia a fiorellini cele¬sti su fondo nocciola, cravatta azzurra con petali di fiori colorati delicatamente di giallo e di marrone, i ray-ban per via della luce bianca e violenta. Ha in mano un libro.
CL - Il Rosso segue un monaco tutto nero: il saio e anche la testa, rallegrata da riccioli scuri.
Vanno lungo corridoi con svolte ad angolo retto, per scale inter¬minabili.
Corridoi e scale sempre più stretti.
PP – del monaco accompagnatore che bussa con eccessiva discrezione. Viene da pensare se chi sta dentro può aver udito quel tocco leggero.
FI - La porta viene aperta da qualcuno che sembra sia stato là dietro appostato con una rapidità che contrasta con il movimento lento dei personaggi. E’ un monaco bianco e marrone. La sua figura è attraver¬sata dalla luce.
PIANO SEQUENZA – di Giò. Il monaco accompagnatore si fa da parte per lasciar passare Giò, e diventa un affresco sulla parete della scala, mentre Giò va incontro al viso radioso e dolcissimo del monaco bianco e marrone.
Scena II. - Interno. Molta luce. Durata 10 minuti
Macchina da ripresa ( MdR ) a terra in angolo. C L. Si tratta di uno studio, pareti di legno massiccio foderato di libri. Lungo, rettangolare, volta bassa, archi gotici alle fine¬stre. In fondo una grande scrivania. Di spalle, seduto, Giò il Rosso.
CARRELLO IN AVANTI. La MdR si alza lentamente e si scopre a poco a poco un altro personaggio, seduto dall'altra parte della scrivania, di fronte a Giò: è il Monaco Dottore. Giò è inquadrato sempre di spalle, ma viene decen¬trato dal movimento della MdR che avanza fino a inquadrare parte della scrivania (carte e libri giganteschi ), il busto e il volto del Monaco Dottore.
La MdR avanza fino a PP del Monaco Dottore.
La sua figura è assimilabile a una raffigura¬zione pittorica, senza profondità, dalle linee essenziali, ricca di colori sfumati. Un volto tondo con una cornice di capelli castano-chiari ben ordinati, occhi nocciola che esprimono severi¬tà con dolcezza. Incarnato molto chiaro. La testa potrebbe essere un cerchio poggiato sulla sommità di un triangolo. Il triangolo è il saio marrone con sfumature di luce che in certi punti lo sbiancano. Il saio parte direttamente dal collo come un tetto spiovente a formare le maniche sicché il monaco pare senza spal¬le: una figura ieratica ritagliata da una pala d'altare. La sedia ha una spalliera assai più alta della figura del monaco che risulta come fosse un dipinto su legno…..


ANDARE AL CINEMA
di Maurizio Mazzotta

La prima cosa bella

La prima cosa bella di Paolo Virzì, prodotto nel 2009 da Motorino Amaranto e Medusa Film, è apparso nelle sale a gennaio appena trascorso. La sceneggiatura è di Francesco Bruni, Francesco Piccolo e dello stesso regista; gli interpreti protagonisti: Valerio Mastrandea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi. La fotografia di Nicola Pecorini, il montaggio di Simone Manetti.
“Grazie” al cinema dove mi trovavo, che spara decibel più di ogni altro qui nella mia città, ero così infastidito che ho faticato ad accorgermi del film, intendo della forza di questo film. A un certo punto mi sono imposto di non lasciarmi condizionare, mi sono interessato a ciò che vedevo, anzi ho cercato di riacciuffare il film e mi sono messo - mentre vedevo ciò che accadeva sullo schermo - a ripercorrere con la memoria ( una sorta di flashback parallelo a mio uso e consumo ) le scene che avevo “perso” infastidito dalla violenza della musica. Al termine poi ho rimandato le mie conclusioni a quella verifica, più attendibile secondo me, cui faccio ricorso quando appunto sono in dubbio e mi dico: ” se il film regge per qualche giorno, è OK “. Sarebbe la verifica a distanza, il follow up, quell’azione supplementare che un prodotto artistico compie sul fruitore a distanza di tempo: se il film nei giorni successivi alla visione torna ad arricchire i nostri sogni con immagini sequenze frasi e procura quella risonanza interiore, effetto della vera poesia, allora è un film di spessore, un film di significato. Questo è accaduto. Virzì ha fatto una cosa bella. Ciò che torna in mente, molto più dei singoli eventi, degli accadimenti minimi, che pure si ricordano, molto più dei personaggi isolatamente presi, che pure si impongono, tornano in mente le relazioni. Per me questo è il massimo che possa succedere al lettore o allo spettatore dopo aver letto un romanzo o visto un film. Parlo della intensità e della delicatezza, sapientemente frammiste, con cui viene narrato il legame tra la madre Anna e i suoi due figli, Bruno, primogenito, e Valeria: evento globale che permea l’intero film, sentimento che affiora in ogni scena in cui sono tutti e tre, senza distinzione del tempo in cui la scena si svolge, mamma giovane e bella e figli piccoli oppure mamma malata terminale e figli adulti coi loro problemi. E mi riferisco anche ad un altro sentimento così poco esplorato, il legame fratello-sorella, che cresce forte quanto più i due bambini hanno vissuto un’infanzia, spesso tormentata come ogni infanzia, tuttavia lievitata nell’amore.
Intreccio presente e passato, e dunque flashback continui, perché un uomo, un insegnante di una scuola alberghiera milanese, Bruno Michelucci, che sembra proprio non andare d’accordo con la vita, ripercorre la storia della sua famiglia: un padre violento che viene abbandonato dalla moglie, ma che è sempre presente; una madre che prende per mano lui e la sorellina, e che se ne va dalla casa del marito portando con sé l’unico bene, questi suoi figli, e nient’altro, perché possiede pure bellezza e candore, che però insieme non vanno d’accordo in quanto attirano incontri rischiosi. Si comprende subito, quando nel primo flashback, inizio anni Settanta, una mamma, che assiste con marito e due bambini all’elezione delle Miss in uno stabilimento balneare di Livorno, viene scelta ed eletta come la mamma più bella, e sale sul palco guardandosi intorno, incredula, e cerca con lo sguardo i suoi figli, il bambino corrucciato e geloso, come il padre, la bambina invece raggiante e felice.
Al presente la madre è in fase terminale di una malattia che si è procurata da sola, sempre tra le dita e le labbra la sigaretta accesa, e Bruno, che non vuole affrontare la vita, viene trascinato dalla sorella Valeria, a visitare la madre che dorme fiaccata dalla chemio, e lui resta su una sedia fuori della stanza.
Qualcuno ha scritto che dal film esce sconfitta l’immagine della donna…. Penso il contrario, che sconfitta sia l’immagine dell’uomo: Bruno sembra proprio non aver retto all’amore di una madre, che per gli altri è forse una puttana; il padre, uomo violento, innamorato della moglie, che attanagliato dalla gelosia non riesce a comprenderla; il marito di Valeria, che se la lascia sfuggire. L’unico uomo a uscir bene, ad emergere nella statura psicologica, è l’amico che ha sempre capito e che lei sposa in punto di morte ( … ma adesso che ci penso, questo è un evento desueto… tranquillo Virzì, è solo un piccolo neo!). La donna invece - sia nella figura di Anna sia in quella della figlia Valeria - è presentata forte e con le idee chiare, dolce e attenta agli altri, che osserva, ma che riesce pure a realizzare se stessa.
Il film merita un saggio, una recensione di nemmeno due pagine è poca cosa.


Mine vaganti

Mine vaganti di Ferzan Ozpetek, scritto dal regista e da Ivan Cotroneo. Interpreti ( in ordine alfabetico ) tutti bravi: Carolina Crescentini, Ennio Fantastichini, Massimiliano Gallo, Nicole Grimaudo, Bianca Nappi, Ilaria Occhini, Alessandro Preziosi, Elena Sofia Ricci, Lunetta Savino, Riccardo Scamarcio. Italia 2010.
L’impressione è che Mine vaganti sia un film di uno straricco videomaker salentino che ha voluto raccontare la città di Lecce e i leccesi di mezzo secolo fa. Un videomaker che ama la sua città, per questo indulge nel presentarne palazzi e prospettive, ma è meno indulgente verso i suoi concittadini adulti per questo insiste nella caricatura di certi modelli di comportamento, forse diffusi un po’ ovunque in Italia a metà del secolo appena trascorso, se si considerano in particolare le problematiche presentate.
Si può anche dire che il film sia firmato da un videomaker “nordista” che presenta una città del Sud di oggi facendo ricorso a stereotipi e luoghi comuni. Solo che così il “nordista” mostra di non considerare quanto i mass media hanno uniformato i comportamenti e che non c’è più tanta distanza tra gli ambienti culturali, sociali e territoriali, e soprattutto che certi temi, vedi l’omosessualità, sono si può dire acquisiti o perlomeno non scatenano più drammi tali per cui un padre diseredi il figlio perché omosessuale, come accade nel film.
Vado per ordine, e dico, come premessa, che ho sempre ammirato Ozpetek e che sono andato al cinema compiaciuto, come tutti i miei concittadini, per il fatto che Lecce sia diventata un continuo set cinematografico, un richiamo per le grandi produzioni. Anche se sono vissuto molto a lungo altrove, poco a Lecce e non mi considero propriamente leccese. Dunque piena disponibilità per la visione e forse poca distorsione valutativa.
La trama ha un avvio con Tommaso ( Scamarcio ), un giovane che proviene da Roma, dove ha studiato Lettere invece di Economia e Commercio, come si crede in casa, ed è venuto a Lecce proprio per riferire in famiglia i suoi tre segreti: gli studi fatti, il desiderio di scrivere e di non occuparsi dell’azienda di famiglia ( pastificio ), la sua omosessualità. Tutto questo è molto vero. Prima ancora di riferire a tutti, ne parla al fratello. E sbaglia. Né d’altra parte può prevedere che anche il fratello ha qualcosa da confessare in famiglia. Il fratello lo batte sul tempo e nell’occasione propizia si dichiara omosessuale. Il padre ha un infarto e Tommaso non se la sente di procurargliene un altro che lo annienterebbe.
Famiglia numerosa: padre e madre, due fratelli e una sorella sposata, quindi anche un genero e due bambine, una zia, una nonna ( Ilaria Occhini ). Sembrano, gli adulti, personaggi degli anni Cinquanta; appartengono invece al nostro tempo i giovani: i due fratelli, la sorella e la figlia del socio del padre. Vi appartiene anche la nonna, che è veramente una nonna del duemila, e lo è diventata al prezzo di un grande sacrificio ( si comprende il sacrificio e la sua portata ma non il motivo ). Questo sacrificio fa da sfondo nel film con dei flashback, ed è il tema centrale: il coraggio di essere se stessi, la necessità di non farsi serrare dalle convenzioni, di scegliere liberamente, di lasciarsi vivere secondo le proprie esigenze, le proprie aspirazioni.
Mine vaganti poteva essere, e a tratti lo è, una commedia leggera che però fa pensare, dice cose importanti, che commuove. Ciò accade soltanto con il personaggio della nonna, che ha una bella interazione con tutti, collaboratrici domestiche comprese, e che si lascia morire per riportare l’unione, la comprensione e quindi la tolleranza in famiglia: molto belli gli ultimi dieci minuti. Gli altri personaggi sono eccessivi e stonano, fanno ridere, non sorridere come vorrebbero Cotroneo e Ozpetek: caricature di uomini e donne che, se ci sono ancora, non fanno testo. Le reazioni immediate del padre alla notizia dell’ omosessualità: l’infarto e l’allontanamento del figlio adulto e vaccinato, essendo uno dei cardini della storia, si accettano, ma sono al limite; le situazioni sociali: la risata “forzata” del padre, e le aggressività verbali in pubblico ( un negozio di pelletteria ) tra la madre, la zia e una signora pettegola e aggressiva che ottiene il benservito, sono obsolete e richiamano film di un bel po’ di decenni fa. Assurda, quantomeno oggi, l’interazione tra la padrona di casa ( madre di Tommaso) e la collaboratrice domestica, aggredita in modo gratuito persino davanti agli ospiti ( gli amici venuti da Roma per Tommaso ). La scena dei ventagli, peraltro bella come immagine, in cui le donne di casa fronteggiano sventagliandosi gli amici appena arrivati, è improbabile ( i ventagli oggi si vedono le sere estive là dove si balla; ci sono i condizionatori a quel livello economico di vita). Incomprensibile, da lasciare perplessi nel 2010, la reazione di una moglie alla vista della puttana del marito nella stanza d’ospedale dove è ricoverato. Il buffo “al ladro al ladro” ripetuto dalla zia all’alba, quando l’amante lascia la sua camera.
Questa di presentare ambienti sociali facendo ricorso a cliché senza preoccuparsi di indagare veramente sui cambiamenti vistosi di questi decenni nei gruppi sociali, è un limite manifestato da più di un regista ( vedere Comencini di Liberate i pesci ). Forse è meno peggio sperare che questi autori siano innanzitutto essi stessi condizionati da pregiudizi e che, presi dalla voglia di compiacere il pubblico a tutti i costi, presentino gli stereotipi diffusi, quelli degli ambienti di provincia, di ogni regione purché lontana dal centro, dove è facile appunto individuare tali stereotipi. Per fare esempi: in un film un personaggio di una cittadina veneta, che esce dai “baccari” avvinazzato, oppure un personaggio di una cittadina siciliana, dallo sguardo di sfida e la coppola in testa, sono stereotipi che si presenterebbero senza preoccuparsi più di tanto del livello sociale e culturale dei personaggi stessi, del loro lasciarsi uniformare come tutto il mondo dal televisore acceso, se insomma esistano ancora realmente, se abbia senso fare riferimento ad essi per mostrare la cultura di un territorio.
Sono state così sprecate delle storie, che sceneggiate e realizzate con più intelligenza sarebbero stati film molto belli, interessanti e originali.

martedì 4 maggio 2010

Fare cinema - La pagina bianca

Fare cinema
di Maurizio Mazzotta

La pagina bianca

Dal momento che sembra necessario individuare le differenze fondamentali tra il grande cinema e il cinema povero, messo da parte il discorso sul regista, si può dire, considerando i film che popolano le sale ( che ovviamente piacciono ai produttori ), che il grande cinema mira allo spettacolo, agli effetti visivi e sonori, mentre il cinema povero, che non può permettersi rifacimenti storici, ricostruzioni scenografiche, imprese stupefacenti, avventure mirabolanti, si dà da fare con le idee, le immagini, la ricerca stilistica.
Il primo scoglio è dunque il soggetto, la storia, ancora prima: le idee.
L’idea nasce dalla realtà. Guardiamoci intorno, osserviamo, ascoltiamo. Leggiamo. La lettura è una modalità di osservazione della realtà. Si legge per comprendere gli altri. Il germe dell’idea viene posto dalla realtà concreta offerta dalla vita e dall’ambiente che ci circonda, e dalla realtà rarefatta e mediata proposta dalla lettura. Scegliamo le idee che ci toccano e coltiviamole. Lasciamo che queste idee percorrano in lungo e in largo il cervello alla ricerca di altre idee con cui creare associazioni illuminanti. Senza accorgercene ci ritroveremo il nucleo di una storia. A questo punto indirizziamo il pensiero a creare un’idea più complessa, ossia la storia, fino a quando saremo pronti a sviluppare e a precisare scrivendo.
E’ importante che il nucleo sia emotivo. Deve toccarci. Ci sarà più facile veicolare un’emozione se questa stessa emozione è prima di tutto nostra. L’arte esprime idee su onde di emozioni.
Il mio primo film, che in seguito ho tradotto in romanzo perché la storia narrata era stata molto apprezzata, è nato da un fatto, che mi toccava da vicino. Il progetto di costruzione di un’autostrada che avrebbe stracciato una piana di vigneti, avrebbe sfiorato o tagliato in due la campagna dove da bambino, ragazzo e adulto mi sono sempre rifugiato per fantasticare. La possibilità che un tale evento si realizzasse mi sconvolgeva. E non c’era nulla da fare! Quando ho cominciato a rassegnarmi, l’idea di questi immensi vigneti sventrati ha cominciato ad andarsene in giro per la testa finché non si è imbattuta in un’altra idea forte preesistente. Una fantasia ricorrente. A partire dall’adolescenza fino alla maturità ho immaginato la presenza nei vigneti di esseri particolari, che chiamavo appunto gli uomini delle vigne. Questi esseri rappresentavano i bisogni autentici dell’umanità. L’esigenza di comunicare, di contatto intenso, soprattutto fisico, quindi anche erotico… Cosa sarebbe successo a questi esseri se il loro territorio, e quindi la loro esistenza fosse stata compromessa da un’autostrada? A poco a poco ho elaborato una trama e poi mi sono messo a scrivere.

La pagina bianca ci blocca perché è lì a giudicare qualunque cosa noi stiamo per scrivere. Si rifiuta, non la vuole. Scriviamo due parole e accartocciamo il foglio, via!
Dobbiamo invece pensare l’opposto. La pagina non ci giudica, anzi ci invita a non avere paura, tanto possiamo riscrivere, non ci impegniamo con nessuno, non fa nella se sbagliamo, se dobbiamo riscrivere venti volte. Chi ci insegue? Ecco una differenza tra il grande cinema e il cinema povero.
Che tensione per il soggettista cui un produttore ha dato il compito di scrivere una storia su una certa idea o ( peggio! ) per una star. Lo paga bene, ma gli ha dato pure delle scadenze. Invece chi scrive per se stesso, per una sua idea, senza essere pagato…( ahimè! ) e senza scadenze, non deve preoccuparsi.
Dico questo perché ho conosciuto tanti giovani scrittori che avevano l’angoscia della pagina bianca e del come riempirla. Certo dobbiamo metterci al computer solo dopo aver elaborato in qualche modo le idee. Quando comincio a scrivere un soggetto, io ho già in testa la storia. E di fronte alla pagina nuda, “rompo il bianco” ( simile a “rompere il ghiaccio” ) scrivendo, senza preoccuparmi di come sto scrivendo né di cosa. Se non mi piace ricomincio.
Qualcuno pigro potrebbe dire, ma se bisogna scrivere quando la storia è già in testa che bisogno c’è di scrivere? Chi fa una domanda del genere è persona che non ha mai scritto una storia in vita sua. Perché scrivere una storia è la migliore occasione per precisarla, svilupparla, aggiustarla, migliorarla…cambiarla. Chi vuole sperimentare, e pure esercitarsi, faccia questa prova. Ottimo allenamento per la fantasia. Mettetevi al computer SENZA IL TIMORE DELLA PAGINA BIANCA. Cominciate a scrivere cose strampalate e andate avanti. Se va male - e le prime volte andrà male - non salvate il file, se va bene scoprirete il piacere nella testa. Il piacere di andare a ruota libera e di far vivere la pagina con personaggi e vicende nati su due piedi. Divertitevi con le associazioni assurde, paradossali. Forse è più facile se scegliete a caso due parole. Per esempio: luce – vestito. E provate a costruire una breve storia che abbia queste parole in qualche modo associate. Esercizi del genere si utilizzano nel training di creatività verbale. Se siete soli però il rischio di inibizioni è forte. Sono esercizi che si fanno insieme ad altri.